Mike l'acrobata, il surf ha un nuovo re

 

Il vincitore ha appena 19 anni. Ha partecipato con una «wild card».

L'australiano Fanning batte tutti a Bells Beach. Per i signori delle onde è come il torneo di Wimbledon.
BELLS BEACH - Ha paura dell’aereo e di volare. Ma non sulle onde: le creste sono il suo regno e nella «stanza verde», vale a dire il soprannome del tunnel d’acqua che pare inghiottire ogni surfista, c’è il suo salotto preferito. 
L'australiano Mick Fanning primo a Bells Beach, Queensland, Australia. Incidentalmente, è un posto vicinissimo alla località in cui il diciannovenne talento è nato, Coolangatta. Ma questa spiaggia, questo tratto di oceano che forma onde formidabili, è pure la Wimbledon dei surfisti. E Mick, lì ha vinto da outsider. Con una wild card , un invito degli organizzatori. Per pochissimo, infatti, non si era qualificato al circuito mondiale professionistico, il Wct: quarantaquattro posti in campo maschile, contesi sul filo dei centesimi di punto. Lui era il quarantacinquesimo.  Ma Fanning non poteva restare ai margini per una banale questione di cifre. Un potenziale campione non può essere frenato con gerarchie burocratiche o da caserma, semmai va seguito nei progressi. E Mick, che all’età di quindici anni aveva conquistato la Pro Junior, una manifestazione che nel surf  ha quasi il sapore della leggenda, all’inizio dell’anno si era presentato sbaragliando gli avversari in un confronto a quattro, a Duranbah, sulla Costa d’oro. Quindi, una decina di giorni fa, aveva trattato la graduatoria mondiale proprio come un’onda: l’aveva studiata, l’aveva risalita, ci era montato in groppa. Primo a Margaret River, nell’ultimo appuntamento delle World Qualifying Series.Diventato leader provvisorio della classifica dei più bravi, Fanning non poteva essere escluso dal «Rip Curl Pro», il classico appuntamento pasquale di Bells Beach che valeva come gara d’esordio del circuito 2001. «A me che sono il più giovane, hanno dato una possibilità di nuotare tra gli squali: l’ho afferrata», ha commentato Mick, incredulo di se stesso: non gli pareva vero di essere riuscito a battere, in finale, il connazionale Danny Wills. 
«Sono stati quaranta minuti tremendi, ci siamo sorpassati varie volte e Danny è davvero un avversario duro. Non riesco ancora a capacitarmi, anche perché vincere qui mi sembra molto strano. La prima sensazione che provo? Il desiderio di farmi una bella risata. Ma, ragazzi, è stato anche un bel sogno che è diventato realtà». 
Nella quarantennale storia delle gare a Bells Beach, che con Manly è la terra promessa del surfing professionistico grazie alla lunghezza delle onde e al detto che solo un matto o un grande appassionato si getta in quelle acque così fredde, Mick Fanning si è già ritagliato una posizione di favore. Capelli biondi, volto da bambinone che fa a pugni con il fisico roccioso, Mick ha l’aria umile e, sostengono, i modi un po’ maldestri. Ama la musica, in particolare quella del gruppo Massive Attack, e le cose semplici. Non c’è niente di meglio, per lui, che condividere prima le onde di Kirra, un altro paradiso della Costa d’oro, insieme all’amico e compagno di allenamenti Joel Parkinson, e poi la birra del pub più vicino. 



RIVINCITA A TAHITI

Non potrà più cullarsi su questo tran-tran. Lo «junior» Mick avrà la prima controprova tra un mese a Tahiti. Sempre nella posizione, per certi versi invidiabile, di campioncino invitato. Ma intanto la sua impresa ha già scritto una pagina storica, proprio come quella dell’aprile di vent’anni fa, quando una brezza calda formò onde spettacolari. Furono le più grandi che si ricordino a Bells Beach e le più impressionanti dopo quelle hawaiane e quelle di un paio di tratti della Bassa California. Quando il mare cresce così, i surfisti si pongono le stesse domande della voce fuoricampo nel film «Un mercoledì da leoni»: da dove viene il vento? E da chi sono formate le grandi onde? La risposta è, sempre, «dal respiro di Dio». Fu in quell’occasione che nacque il mito di Bells Beach e di Simon Anderson, il più bravo a domare le creste imbiancate. E da quel giorno, la competizione di Pasqua si chiama rally. Per dare l’idea del tormento, per richiamare le strade accidentate sulle quali si misurano le automobili. Mick, in fondo, è anche un po’ rallyista. «Mi piace imitare lo stile di Wayne Williams negli anni ’70. Tagliava molto le onde, cercava la via più breve. Aveva molto coraggio». A galoppare le onde e a rischiare di schiantarsi contro tonnellate d’acqua che si muovono a una velocità di decine e decine di chilometri orari, non si diventa miliardari. Il circuito Wct mette in palio in totale 250 mila dollari per otto prove. Fanning, per la vittoria di ieri ha ricevuto un assegno da 30 mila. Sono i primi proventi del sacrificio: prima era uno squattrinato e si era perfino fatto prestare del danaro per pagare alcuni debiti. «Adesso che comincio a guadagnare, prometto di fare le cose per bene: questi soldi non li spenderò, saranno il primo mattone della casa che intendo acquistare». Un tetto, un riposo, una sicurezza. Perché, in fondo, non si può soggiornare sempre nella «stanza verde», sfidando l’equilibrio e la forze della fisica. 
                                                                                                                        Flavio Vanetti